“Sono nato a Roma in via XXIV Maggio
il 12 agosto 1921 a pochi passi dal Quirinale
e dalle statue dei Dioscuri”. La Roma
papale accanto a quella imperiale. Federico
Zeri, nella sua autobiografia, ricostruisce
i propri confini culturali in funzione della
precoce vocazione per l’arte e l’antichità
classica che segnerà il suo percorso
di studioso.

Orvieto 1996, dopo il terremoto. Federico Zeri accanto
all' "Angelo annunciante" di Francesco
Mochi |
L’incontro decisivo avviene all’inizio
degli anni ’40 quando, all’università
di Roma, frequenta i corsi di Pietro Toesca,
con cui si laurea nel 1945. L’argomento
della tesi, Jacopino del Conte, un pittore
allora trascurato del manierismo romano, è
già indicativo di un approccio alla
disciplina poco convenzionale. Zeri sceglierà
spesso punti di osservazione defilati per
interrogarsi in modo innovativo sui grandi
temi della storia dell’arte. Ne dà
prova in Pittura e Controriforma
(Torino, Einaudi, 1957) che, pur richiamando nel sottotitolo
il nome di Scipione Pulzone, altro comprimario
del tardo manierismo, costituisce una pietra
miliare nell’interpretazione storica
di quell’epoca.
È lo stesso Toesca a presentarlo a
Bernard Berenson, personaggio che affascina
profondamente il giovane Zeri che gli dedicherà
più tardi il suo volume sul “Maestro
delle tavole Barberini” (Torino, Einaudi, 1961). Alla
fine della guerra risale la conoscenza di
Giuliano Briganti, di Mario Praz e soprattutto
di Roberto Longhi, un maestro dal carattere
forte e carismatico, con cui Zeri avrà
rapporti contrastati, talvolta competitivi.
Entrato nell’amministrazione pubblica
delle Belle Arti, nel 1948 è nominato
direttore della Galleria Spada di Roma, incarico
che abbandona all’inizio degli anni
’50 dopo avere licenziato un fondamentale
catalogo della collezione (1952).
Di qui in avanti la carriera di Zeri è
quella di uno studioso autonomo, ma non verrà
meno in lui la coscienza critica nei confronti
della tutela e dei legami sempre strettissimi
fra le opere e i loro contesti. Attento alla
riscoperta di aree marginali della produzione
artistica, gli si deve il recupero filologico
e storico di artisti dimenticati, di complessi
pittorici dispersi, di un’intera geografia
figurativa trascurata dagli studi. Lo studioso
vi dedica, dal 1948, numerosissimi contributi,
notevoli anche per la qualità della
scrittura, nitida ed essenziale, calibrata
sulla letteratura artistica anglosassone se
non addirittura sul linguaggio scientifico;
in ogni caso controcorrente rispetto allo
stile più allusivo e letterario della cerchia longhiana.

Nimrud Dagi,
Turchia, 1988
I monumenti dinastici di Antioco I |
I primi viaggi a Parigi e a Londra fra il
1947 e il ’48 lo mettono in contatto
con personalità di spicco della connoisseurship
internazionale, Philip Pouncey, Denis Mahon,
John Pope-Hennessy, Frederick Antal. Degli
interessi di quest’ultimo per i rapporti
fra arte e società, Zeri si dichiara
in seguito debitore.
Il suo approccio filologico all’opera
d’arte e il momento rivelatore dell’“attribuzione”
non sono infatti mai fini a se stessi. Dimostrano
un’attenzione ai dati materiali delle
opere, alla loro storia e ai suoi più
imprevisti cortocircuiti. Così, partendo
dalla pittura del Rinascimento, Zeri finisce
per occuparsi anche di falsificazioni artistiche
quali momenti rivelatori di un certo gusto
collezionistico e di un diverso modo di leggere
le opere d’arte del passato.
Fondamentale resta però il metodo
del conoscitore, appreso da Toesca, Berenson
e Longhi. Primo strumento di lavoro sarà
quindi la fototeca che egli inizia a formare
dagli anni ’40, e che nel tempo diventerà
“il più grande archivio privato
al mondo sulla pittura italiana”, essenziale
luogo di ricerca di coerenti serie storiche
per ogni opera fuori contesto. Era stato Berenson,
del resto, a sostenere che, nella storia dell’arte,
“vince” chi ha più fotografie,
chi può meglio documentare
ogni individuale variante stilistica,
nelle diverse epoche.
Questo talento di conoscitore si unisce a
un’intensa vita di relazioni che lo
mette in contatto con le maggiori personalità
di collezionisti e antiquari dell’epoca,
fra i quali Vittorio Cini, J. Paul Getty,
Alessandro Contini Bonacossi, Daniel Wildenstein.

Bologna, 1998, Umberto Eco, Pierre Rosenberg e Anna Ottani Cavina in occasione della Laurea ad honorem conferita a Federico Zeri |
Di grande rilievo i rapporti con gli Stati
Uniti: visiting professor presso
la Harvard University di Cambridge (Mass.)
e la Columbia University di New York, svolge
un ruolo di primo piano nella formazione del
Museo Getty di Los Angeles. Redige il repertorio
dei dipinti italiani nelle collezioni pubbliche
americane (Census of Pre-Nineteenth-Century Italian Paintings..., Cambridge, Mass., 1972; in collaborazione con B. Fredericksen), i cataloghi della Walters
Art Gallery di Baltimora (1976) e del Metropolitan
Museum of Art di New York (1971, 1973, 1980,
1986).
Muovendosi tra l’Europa, gli Stati
Uniti e il Medio Oriente, Zeri, quando non
viaggia, tende ad isolarsi nella sua casa
di Mentana, fatta costruire sulle
sue esigenze di vita e di studioso dall’architetto
Andrea Busiri Vici nel 1963. Dall’isolamento
nella campagna romana non esita a lanciare
i suoi strali attraverso la stampa e la televisione,
fino ad imporsi come coscienza critica nel
mondo della cultura italiana che gli riserva
tardivi riconoscimenti.
Nel 1993 viene nominato
vicepresidente del consiglio nazionale dei
beni culturali. Nell'aprile del 1997 č ammesso all'Académie des Beaux-Arts di Parigi. Il 6 febbraio 1998, dal rettore Fabio Roversi Monaco, gli č conferita la laurea ad honorem dell'Universitŕ di Bologna. La laudatio è pronunciata da Anna Ottani Cavina, Umberto Eco e Pierre Rosenberg partecipano al dibattito vivacissimo che ha luogo, a conclusione del rito, fra Federico Zeri e gli studenti.
Zeri continua a lavorare fino alla fine,
perché “ogni giorno porta il
suo carico di fotografie e di quadri”.
Muore a Mentana il 5 ottobre 1998.