Pittura e Controriforma. L'arte senza tempo di Scipione da Gaeta
Con questo titolo Federico Zeri pubblica nel 1957 un libro che mette a fuoco per la prima volta un fenomeno artistico particolare, scaturito a Roma nel tardo Cinquecento nel clima della religiosità post-tridentina. Perno dell’indagine: Scipione Pulzone.
Vero e proprio creato di Zeri, questo artista di secondo piano viene da lui additato come l’interprete esemplare di una cultura pittorica coltivata in vitro, alla quale ben si attaglia l’efficace definizione di “arte senza tempo”: un’arte che attinge tanto alla tradizione rinascimentale italiana, Raffaello in primis, che a quella fiamminga e alla sua trasparenza ottica, ricomposte al solo scopo di suscitare nello spettatore la più accesa devozione. L’assenza di atmosfera, l’evidenza dei dettagli, il colore smaltato e l’artificio espressivo connotano, nella lettura di Zeri, le opere di Scipione: icone iperrealiste il cui linguaggio sembra eludere volutamente il tempo in quanto tempo storico. Ad esse infatti attingerà a piene mani l’oleografia sacra ottocentesca.
Le ricerche di quegli anni portano Zeri a riscoprire, oltre alla figura di Pulzone, anche quella di Giovanni de’ Vecchi, artista dalla personalità bifronte: squisitamente mondano negli affreschi di palazzo Farnese a Caprarola, paladino della più ascetica pietà nelle sue numerose immagini di culto, tutte in sintonia con le attese della Chiesa post-conciliare. Il Compianto donato da Zeri al Museo Poldi Pezzoli ne è un esempio fra i più rappresentativi.
Fondamentale, in Pittura e Controriforma, è poi l’indagine sul ruolo svolto dai Gesuiti nel delinearsi di questo fenomeno, documentato in mostra da due dipinti di Gaspare Celio e Giuseppe Valeriano, provenienti dalla chiesa del Gesù a Roma.