Lelio Orsi e un archetipo di expertise
Nel 1952 Federico Zeri riconobbe in questa Annunciazione, attribuita a Marcello Venusti, la mano di Lelio Orsi, un artista allora quasi sconosciuto che gli studi di Roberto Longhi e di Giuliano Briganti avevano da poco riportato alla ribalta.
Ma l’occasione andò oltre il risarcimento filologico: un foglio applicato sul retro della tavola catturò la curiosità dello studioso. Si trattava, in effetti, di una vera e propria expertise datata 5 marzo 1679 e redatta da un proprietario d’eccezione, padre Sebastiano Resta, famoso erudito, conoscitore e collezionista, che giudicava il suo dipinto "bellissimo, e diligentissimo quadro originale d'Antonio da Correggio". Seguivano le attestazioni autografe di una ventina di artisti tra i più importanti sulla scena romana del tempo.
In quelle poche righe Zeri ravvisava l'archetipo della moderna expertise. Il saggio su Lelio Orsi divenne così, anche, il pretesto per denunciare con feroce sarcasmo il tono oracolare e inappellabile che soprattutto allora molte perizie esibivano. Annullando gli strumenti della filologia, in quelle generiche dichiarazioni tutto si riduceva a sfoggio gratuito "di vocaboli desueti, di arcaismi, di squisitezze letterarie" fino a farne, anziché un tassello di conoscenza, "una sorta … di nebulosa entità, quasi un ectoplasma".
La rimozione della cornice antica ha purtroppo provocato la perdita di una parte delle parole di Resta. Ma ancora una volta la fototeca Zeri si rivela preziosa: nella cartella di Lelio Orsi una foto documenta per intero il testo dell’erudito seicentesco.