La riscoperta di Donato de’ Bardi
In questo caso l’indagine di Federico Zeri parte da un dipinto a lui ben noto, il trittico con la Madonna dell’Umiltà del Metropolitan Museum di New York, la cui firma “OPVS DONATI” era stata sciolta in quella di un secondario pittore veneziano della metà del Quattrocento, Donato Bragadin. Questo nome, su cui concordavano i pareri di tutta la critica, aveva guadagnato nel tempo terreno e credibilità. Zeri è costretto a usare gli strumenti più sofisticati della filologia per ristabilire la corretta valutazione del dipinto.
Il risultato del suo ragionamento, coinvolgente, serrato e libero dai pregiudizi della tradizione, appare in un articolo del 1973 e capovolge il ruolo storico e artistico del dipinto e del suo autore: quel Donatus non è il modesto e attardato Bragadin ma il “grande pittore Donato de’ Bardi”, attivo fra Lombardia e Liguria entro la metà del Quattrocento.
È così possibile per lo studioso integrare il catalogo dell’artista con altre opere, tutte di prima grandezza, fino a costituire un gruppo coerente che induce a rivedere alla radice i giudizi sulla cultura figurativa dell’Italia nord-occidentale. Il profilo delineato da Zeri è infatti quello di un pittore che, confrontandosi con un ambiente cosmopolita, cresce “sotto il segno di tutta una serie di incontri, di nuove esperienze, in un arco dal raggio assolutamente vasto: da un lato la prospettiva ragionata di Firenze, dall’altro le Fiandre”.
I due santi qui esposti sono frutto di un’ulteriore aggiunta al raro artista, operata anch’essa da Zeri qualche anno dopo. I dati di cultura che qui emergono non fanno che confermare la lettura in chiave di “accordo lombardo-fiammingo” formulata in precedenza. Argomento decisivo di questa interpretazione, l’evidenza del confronto visivo fra il volto di santo Stefano e quello di san Giovanni Evangelista dipinto da Jan van Eyck nel celeberrimo retablo dell’Agnello mistico a Gand, terminato nel 1432: prova inconfutabile di contatti diretti o indiretti con le Fiandre.