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FEDERICO ZERI. DIETRO L'IMMAGINE. Opere d'arte e fotografia. Mostra on-line
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FEDERICO ZERI, DIETRO L'IMMAGINE. Opere d'arte e fotografia

Scrivendo di streghe, Federico Zeri confessava di avere rubato a loro “il segreto della memoria, affinandola con un decotto di foglie staccate da un alberetto difficile a trovarsi” (Io e le streghe, 1998).
Elementare, semplicissimo se non fosse per quel “difficile a trovarsi” che, nel bosco della conoscenza, gli dava un vantaggio di diecimila leghe su di noi, digiuni di pozioni portentose.
Miracoli niente. Almeno per noi, che continuiamo a vivere come uno scacco la sua leggendaria capacità di “riconoscere”, di creare un raccordo risolutivo e fulmineo fra l’opera originale che gli stava davanti e la serie senza fine di immagini scansionate nell’ippocampo del suo cervello.


La mostra racconta questa storia, la storia di una “proditoria, fulminante, e persino feroce abilità attributiva” e la sovrana capacità di condensare in pochissime righe la soluzione complicata dell’enigma.
“Travolto e sommerso dal troppo, dall’incontenibile e dall’ombra”, Giovanni Testori scriveva che Zeri “a colpi di rinunce e di luce, s’era fabbricato un suo personalissimo e inimitabile stile, dove il poco tiene il posto del molto, anzi lo riassume”. Un modo per celebrare la chiarezza abbagliante del pensiero di Zeri, la seduzione della sua scrittura informale, la sua condizione di navigatore solitario nel mare nostrum della cultura.


Sono passati tanti anni. Le prime folgoranti “restituzioni” di opere d’arte frammentate e disperse escono su Proporzioni nel 1948. Con precisione balistica Zeri centra ogni volta il bersaglio, restituisce la forma originale di un’opera, mutilata, illeggibile, ridotta a costellazione di schegge.
Lo fa con il passo veloce dell’abstract, pochissime righe per un’immane ricerca. Contributi di fuoco che vanno a comporre quella chanson de geste del conoscitore, che è la sua epopea della storia dell’arte.
Alla mostra, abbiamo voluto salvare il ritmo incalzante di quelle incursioni, la fosforescenza delle intuizioni di Zeri. Così, per campioni, abbiamo fatto parlare alcune opere dal Duecento al Seicento. A loro Zeri ha restituito lo status di capolavori, accendendo furiose polemiche o incassando – la ferita era per lui più bruciante – il silenzio dell’accademia, che sempre si è barricata contro la sua genialità di outsider, la sua libertà di grande eccentrico, la sua competenza sterminata, il suo occhio allenato e infallibile.


La scelta dei dodici casi qui esposti, sculture e dipinti, è dunque variegata, eclatante, in grado di accendere la curiosità del visitatore sul modo di lavorare di Zeri, sugli attrezzi del connoisseur, sulla verità basilare che non esiste tutela se, prima, non c’è conoscenza.
Nella sua prima parte, l’esposizione mette in scena le opere, poi apre sull’officina di Zeri, che è la stanza (erano molte in realtà le stanze nella villa di Zeri a Mentana) dove si espone la raccolta superba di fotografie. Una raccolta che è più di un archivio se, nella struttura ordinata e zeppa di note, diventa – si è detto - una laconic History of Art.
Dunque la stanza del professore, non certo filologica e verista ma evocata a distanza con discrezione, quella stanza straripante di foto dove il grande Federico, “con l’abito da surfer californiano in pensione, camicione hawaiano sotto la giacca a quadrettini piccoli piccoli e occhiali leggeri” (il flash è di Roberto D’Agostino), si dedicava ogni giorno alla ricerca, allo studio e anche alla mattanza dell’incultura universitaria e ministeriale.
Solo ed emarginato, ma forte di una conoscenza che non aveva confini.


dalla premessa al catalogo di Anna Ottani Cavina


 
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